SAY THEIR NAME. La Linea del Colore negli Stati Uniti e in Europa

Un articolo di Decolonising The Academy

Il 25 maggio 2020 un uomo afroamericano di 46 anni, George Floyd, è stato ucciso da un poliziotto bianco a Minneapolis. La dinamica dell’uccisione è ben nota: il poliziotto, Derek Chauvin, è rimasto per 8 minuti di seguito, impassibile, con il ginocchio premuto sul collo dell’uomo, impedendogli di respirare. I passanti che hanno assistito alla scena hanno potuto filmare quello che stava succedendo: George ha continuato a ripetere invano “I can’t breathe officer, please I can’t breathe”. Il dipartimento di polizia di Minneapolis ha dichiarato inizialmente che la morte dell’uomo sia avvenuta in seguito a complicanze dovute tra il tempo di arrivo dell’ambulanza e quello impiegato per raggiungere la struttura ospedaliera più vicina.

Non è la prima volta che la polizia statunitense reca una versione dei fatti in grado di assolvere dall’accusa di omicidio. Peccato che questa volta ci sia stato qualcuno che ha filmato la scena, rendendo il video virale. Nei 9 minuti ripresi si vede chiaramente la brutalità e l’abuso di potere commesso dall’agente di polizia noncurante delle parole di George e di chi tra i passanti provava a difendere l’uomo ormai in fin di vita.
Nonostante una prova così evidente, sono dovuti passare altri giorni e arrivare al 29 maggio prima che i 4 poliziotti coinvolti nell’omicidio siano stati licenziati. Solo licenziati.

Il 30 maggio infine è stato rilasciato dalla polizia di Minneapolis il referto di un’autopsia ufficiale che dichiarava che “gli effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, le sue preesistenti condizioni di salute (ipertensione arteriosa e problemi coronarici) e potenziali sostanze tossiche hanno contribuito alla morte di George Floyd”. Di nuovo la polizia non risulta colpevole. L’esito del referto è stato contestato dalla famiglia di Floyd che ha richiesto una seconda autopsia. Dunque, anche davanti a quella che è una verità palese (il video ha fatto letteralmente il giro del mondo) viene scelto di stare dalla parte dell’oppressore, screditando ulteriormente la vittima.

Le rivolte esplose in reazione all’omicidio di George Floyd non si sono arrestate e si stanno diffondendo in altri Stati nordamericani. È una risposta spontanea che si connette alle numerose lotte della comunità afroamericana per la giustizia razziale e sociale che attraversano la storia degli Stati Uniti, e che nelle fasi più recenti si sono organizzate attorno alle mobilitazioni di Black Lives Matter, indirizzate direttamente contro gli omicidi e le violenze commesse dalle forze dell’ordine nei confronti delle minoranze.

Si tratta di grandi movimenti collettivi di emancipazione, in cui il ruolo giocato dalle donne afroamericane è sempre stato decisivo: si sono sempre organizzate contro l’oppressione esercitata sulla loro comunità e sulla loro posizione specifica, prendendo parola contro la schiavitù, il regime della segregazione e dei linciaggi e gli omicidi polizieschi di cui cadono vittime gli uomini delle loro famiglie e delle loro comunità, che le rendono totalmente responsabili della cura e del sostegno dei propri gruppi di appartenenza. Le notizie relative all’uccisione di afroamericani da parte della polizia sono numerose e note. Ci ricordiamo di Eric Garner, Trayvon Martin, Sandra Bland, Amadou Diallo, Aiyana Jones. Ci ricordiamo che la causa della loro morte è dovuta al colore della loro pelle e nella maggior parte dei casi i loro assassini non sono stati ritenuti colpevoli.

La scusa per ammazzare è quella della legittima difesa. Legittima difesa da chi non è bianco. Il razzismo che vi è in questo modo di agire è esplicito. È un’idea culturale ben radicata, che viene portata avanti dalle istituzioni. La minaccia dell’uomo nero, criminale, che sicuramente vorrà fare del male a chi incontra lungo la sua strada. Non importa se questo è disarmato, non sta facendo niente. Rimane una minaccia e quindi c’è bisogno di difendersi. Ci sono stati casi in cui sul corpo della vittima sono stati ritrovati 41 colpi di arma da fuoco, sparati sempre per legittima difesa. Perché agli occhi di quella che è l’opinione pubblica (immersa nella cultura del razzismo) è più credibile e scarica di responsabilità le istituzioni davanti a quelli che sono omicidi a sfondo razziale, non accettabili in una società come quella statunitense. Eppure il razzismo permane e trova sempre nuove forme per manifestarsi.
La legittima difesa diventa quindi il nuovo modo di attuare il razzismo, rimanendo impuniti e perpetuando lo stigma che il colore della pelle porta con sé, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

When the color of your skin is seen as a weapon you will never be seen as unarmed.”

Il riferimento alla storia è pertanto imprescindibile per comprendere le ragioni che hanno reso possibile l’omicidio di George Floyd: il suo è l’ennesimo nome che si va ad aggiungere al lungo elenco delle vittime degli abusi di potere e degli assassinii agiti dalle forze dell’ordine. La logica di questi episodi risiede nella violenza strutturale a cui la società americana espone le proprie minoranze: le discriminazioni e lo sfruttamento lavorativo, l’isolamento nei quartieri più svantaggiati e privati di servizi fondamentali, il razzismo istituzionale e le brutalità poliziesche non fanno altro che confermare la loro posizione di subordinati e la supremazia bianca.

La lunga storia di questa violenza prende le mosse dal lungo periodo di schiavitù a cui i neri furono esposti dal ‘500 con il commercio triangolare. Nel corso del ‘600 si cominciò a legiferare sugli schiavi, che venivano assimilati ai servi a contratti nel migliore dei casi, anche se considerati inferiori per la loro appartenenza etnica, la cui condizione venne cristallizzata a partire dal 1660. Il loro status divenne assimilabile a quello dei beni mobili: potevano essere venduti, affittati, donati o ereditati. Essi non godevano di diritti civili o politici. Nel corso del ‘600 era comune far battezzare i propri schiavi, per convertirli forzatamente al cristianesimo. Questa pratica venne meno nel momento in cui il battesimo sembrava poter inficiare la condizione giuridica dello schiavo, in quanto quella pratica assumeva implicitamente la dignità della persona battezzata. Il compromesso fu che il battesimo liberava la sola anima e che ad essi doveva essere insegnata la religione solo oralmente, onde evitare che imparassero a leggere e a scrivere. Venivano portati dai loro padroni a messa, relegati in un angolo ad ascoltare, senza poter partecipare ad alcuna attività religiosa. Alcune chiese nel corso del ‘700 presero le parti degli schiavi, come ad esempio i quaccheri, i metodisti e i battisti, anche se questi due solo in maniera formale si esposero a loro favore. Questo passaggio fu fondamentale proprio perché grazie a questi momenti gli schiavi cominciarono ad avere consapevolezza della propria condizione e cominciare a predicare e a cercare una propria via per la spiritualità. Sebbene infatti atti di ribellione, tra cui i più noti sono probabilmente le fughe individuali e collettive che avevano per esito la costruzione di “comunità maroon” indipendenti, fossero vecchi quanto la tratta, è a partire da qui che iniziano a gettarsi i semi del movimento abolizionista propriamente detto, che si poneva per fine, al contrario, la liberazione degli schiavi e la loro libera esistenza in seno alla stessa società americana. Nacquero delle organizzazioni, di carattere religioso, nel corso dell’Ottocento, ma la via verso l’abolizione fu lunga e travagliata, trascinata nelle dinamiche politiche tra Stati del nord e Stati del sud. Dopo la fine della Guerra di Secessione nel 1865 si arrivò all’estensione dell’abolizione della schiavitù, già proclamata nel 1862, e all’emanazione del Civil Rights Act e del Freedman’s Bureau Act, i cui principi furono inseriti nel 14° emendamento. Gli uomini neri potevano votare, le donne no. Dopo la fase della Ricostruzione, che ha visto anche la nascita del famigerato Ku-Klux-Klan, e la fine dell’egemonia del Partito Repubblicano, in una sentenza del 1896 della Corte Suprema, fu emanata la dottrina del separate but equal, sancendo de facto l’inizio della segregazione razziale. La prima generazione che non visse la schiavitù si trovò di punto in bianco a vivere una condizione non dissimile. Nonostante gli aiuti del Freedman’s Bureau Act i neri vivevano in condizioni di proletariato o continuavano a fare i contadini e dal momento in cui venne approvata la sentenza  qualsiasi possibilità venne loro preclusa e lottarono gli anni a venire per far sì che la loro condizione mutasse. Ancor prima della sentenza essi spesso venivano linciati perché secondo l’opinione pubblica molestavano o stupravano le donne bianche, ma grazie a un’inchiesta di Ida B. Wells emerse la verità: i neri venivano linciati quando si arricchivano e iniziavano a vivere da borghesi.

Non è un segreto che cosa abbia comportato la segregazione razziale per la comunità africana-americana, cioè a non potersi sedere coi bianchi sui mezzi, nei ristoranti, a non poter frequentare le stesse scuole, le stesse università, a non poter fare certi tipi di lavoro come il medico o l’avvocato. Nel corso degli anni una serie di sentenze che di fatto hanno proclamato che stare separati non permetteva tutta questa uguaglianza han fatto sì che si arrivasse a un processo di desegregazione, che ha avuto un suo momento culminante con la sentenza del 1954 Brown vs Board of Education of Topeka, Kansas grazie al lavoro delle numerose organizzazioni afroamericane. A livello globale è decisamente più famosa la controversia a Montgomery, in Alabama, quando, il primo dicembre 1955, Rosa Parks, molto stanca dal lavoro, un giorno si sedette in un posto riservato ai bianchi e non si volle alzare quando le fu richiesto, accelerando il processo già in corso. Dopo un boicottaggio durato un anno si arrivò a una sentenza storica che sancì la desegregazione degli autobus nel dicembre del 1956. Nel corso di quegli anni anche la questione del diritto di voto iniziò ad avere centralità, tanto da coinvolgere lo stesso Partito Democratico, che non poteva più permettersi la presenza dei democratici del sud segregazionisti. La figura di Martin Luther King emerse proprio in questi anni insieme a quella di donne come Diane Nash e Ella Baker, le quali nel corso degli anni ebbero non pochi screzi con il dr. King e iniziarono a radicalizzarsi insieme alla compagine studentesca dando vita al movimento del Black Panther. Vi era una parte del movimento più integrazionalista, in cui King era il maggior leader, e numerose aree che cominciarono a pretendere il black power, come ad esempio Malcolm X. Un’altra legge cardine della battaglia per i diritti civili e politici degli afroamericani fu il Voting Rights Act del 1965, indotta dalla marcia voluta da King del ’65. Questa legge autorizzava l’uso dei federali per far sì che gli afroamericani potessero iscriversi alle liste di voto e abrogava i test di alfabetizzazione e solo in un secondo momento venne abrogata la poll-tax. Perché elencare questa quantità di leggi e di sentenze? Perché la storia di donne e uomini afro-americane/i è sempre trattata come una conquista che oggi sa di stantio, perché l’opinione pubblica tratta la questione dei diritti dei neri come qualcosa di anacronistico, come un problema che non dovrebbe più esistere, proprio perché tutti i diritti sembrano essere stati conquistati. Ma è davvero così?

Queste tappe raccontano come la comunità afroamericana si sia conquistata il suo ruolo in un contesto preconfezionato, dove chi detiene il potere è già stato deciso. Certo, molte e molti sono entrati nella classe media, altri in ruoli di dirigenza, si è avuto un presidente nero per otto anni, ma cos’è cambiato se la comunità nera vive ancora nella soglia di povertà, ai margini. Cos’è cambiato se ancora oggi un nero può essere ucciso senza un apparente motivo in pieno giorno?

Riteniamo che sia indispensabile insistere sulla specificità della storia statunitense e sul privilegio bianco, perché in queste ore sono stati proposti numerosi accostamenti tra l’omicidio di George Floyd e altre tragiche vicende che si sono consumate sul territorio italiano: non si può correre il rischio di osservare queste storie assumendo uno sguardo eurocentrico, che nega l’autonomia della comunità afroamericana. E tuttavia, quanto sta accadendo in questi giorni nel contesto americano parla all’Europa.

C’è una linea del colore, che accomuna George Floyd ai migranti e alle migranti che le politiche dei governi europei lasciano sistematicamente morire in mare. C’è una linea del colore, che accomuna George Floyd a Jerry Essan Masslo, Emmanuel Chidi Namdi, Abdel Salam, Soumaila Sacko e gli altri e le altre vittime del razzismo e dello sfruttamento in Italia.

Il filosofo Achille Mbembe medita sull’importanza che la respirazione ha assunto in questi mesi di emergenza sanitaria. Riprendiamo le parole di Marie Moïse, scritte in un recente articolo per Jacobin Italia: «Frantz Fanon scriveva che i dannati della terra non si sono ribellati perché hanno fatto un salto di coscienza intellettuale, ma «perché “semplicemente” gli era diventato impossibile respirare». Forse, per questo diritto all’aria che ci tiene in vita, è giunto il momento di entrare in conflitto. Nel nome di tutti i George Floyd che lo hanno rivendicato fino all’ultimo respiro». Continuare a lottare contro le disuguaglianze di razza, classe e genere è l’unico mezzo per affermare un diritto universale a respirare.

Foto via @NY Times